La malattia come maestra, ovvero: cooperare con l’inevitabile (Assagioli)

Vi presentiamo un articolo di Ilaria Bagni, Psicologa e psicoterapeuta di Elìce onlus.

 

Il titolo potrebbe suonare molto buddista per qualcuno, mentre qualcun altro, con un po’ di sarcasmo, potrebbe rispondere – come disse qualcuno – che “è assai facile essere buddisti col karma degli altri”.

In realtà a me pare semplicemente molto saggio. È un modo di guardare a ciò che ci capita di attraversare nella nostra vita. Uno dei possibili. E la scelta sta sempre a noi. Sta a noi scegliere tra combattere e lamentarci, o accettare e – solo poi, con pazienza – trasformare.

La malattia come maestra, dunque, nel senso che se impariamo a “fare con quello che c’è”, a prenderci cura di quello che c’è – quello che ci capita, dunque, e non scegliamo –, evitando di entrare in frizione con una realtà che non possiamo cambiare, allora scopriremo che possiamo evitare molta inutile sofferenza. Perché oltre al dolore vero e proprio della malattia (qualunque essa sia), oltre al dolore fisico, alle limitazioni imposte al nostro corpo, oltre al lutto-trauma da elaborare di non essere più “gli stessi di prima”; oltre a tutto questo, siamo soliti provare avversione per il dolore, entrando in frizione con la realtà in quel momento avversa. Questa “frizione” o “avversione” altro non è che un sofferenza aggiuntiva, fatta delle nostre risposte emozionali a quel dolore.

Prenderci cura è l’unica cosa che realmente serva. Con tutte le cure possibili, magari farmaci compresi. Distrarci, resistere al dolore, cercare in tutti i modi di fuggirlo o di ignorarlo ci fa soffrire di più. Ma anche rassegnarsi e delegare o boicottare le cure non funziona: l’atteggiamento di chiusura ci mette nel ruolo di vittima, che è la condizione più faticosa e svantaggiosa per vivere la malattia; ci priva delle energie preziose di cui abbiamo più che mai bisogno.

Facile a dirsi, tutt’altro a farsi. Eppure questo “imparare a stare con quello che c’è” è uno degli assiomi in cui val la pena credere. E mi pare estendibile a tutti i disagi (compresi quelli inevitabili, come ad esempio la vecchiaia) che ci capita di attraversare nella vita. Lo stress, infatti, oltre una certa misura smette di essere utile a farci reagire: anzi, fa bloccare il nostro sistema immunitario e altri naturali sistemi “riparativi” in noi. L’avversione crea spesso ansia, con tutto ciò che ne consegue.

Dunque, accettare creativamente aiuta: “se non posso più fare come ho sempre fatto, imparo a fare altrimenti, come riesco ora, costruendo via via una ‘nuova normalità’ fatta sulla misura dei miei nuovi bisogni e limiti.”

Mi viene in mente una betulla che vidi una volta su un poggio: essendo franato il terreno sotto le sue radici, aveva continuato a crescere in orizzontale!

Un’ultima parola sui farmaci: anche senza rendercene conto, abbiamo tutti profondamente radicata in noi una pretesa d’indipendenza da tutto…che ha dell’onnipotenza. In molte situazioni estremamente dolorose i farmaci sono fondamentali. Quello che possiamo fare è conoscerne gli effetti collaterali e cercare di metabolizzarli al meglio da tutti i punti di vista, compreso quello psicologico (di nuovo entra in gioco l’atteggiamento accettante che evita di generare ulteriore sofferenza).

Ilaria Bagni

Psicologa, Psicoterapeuta di indirizzo junghiano. Applicatrice metodo Feuerstein, si occupa di riabilitazione Neuropsicologica. Master in PNL umanistica integrata, esperta di tecniche di rilassamento e meditazione.

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